lunedì 19 gennaio 2015

La teoria del tutto: Il genio e la creazione

In difesa de La teoria del tutto. Per Orizzonti di gloria.


Il film di James Marsh non è solo la toccante biografia dell’astrofisico Stephen Hawking, affetto da atrofia muscolare progressiva, ma anche un'opera pedagogica che discute l’idea di unicità dell’essere umano e il mistero della scienza, e si interroga sulla creazione.

Diciamolo subito: La teoria del tutto di James Marsh non è uno di quei film che rimarranno nella storia del cinema. E se, sulla base del notevole numero di premi che sta ricevendo (due freschi Golden Globe per il protagonista Eddie Redmayne e per le musiche), qualcuno si aspetta un’opera innovativa o sconvolgente, rimarrà deluso.
Questo è un film biografico; impossibile modificare quella che è stata la vita dell’astrofisico Stephen Hawking, geniale scienziato affetto da atrofia muscolare progressiva. Quando ci si confronta con una storia vera, lo scrupolo e il rigore nella trasposizione sono obbligatori, cardini e al tempo stesso barriere alla libertà creativa del regista e dello sceneggiatore. D’altra parte James Marsh, documentarista già vincitore di un Oscar (con Man on Wire), dietro la macchina da presa sa bene come trattare la materia della verità (sullo schermo) e si trova senz’altro a suo agio nella dimensione biografica, al cui servizio si pone con umiltà e coinvolgimento.
Allora cosa rende La teoria del tutto così speciale?
Il film prima di tutto concede il giusto onore alla straordinaria forza di un uomo che non si è mai fatto sconfiggere dalla malattia e che ha portato avanti, con una determinazione fuori dal comune, la ricerca verso la dimostrazione delle proprie teorie. Stephen Hawking (Eddie Redmayne) è un giovane studente di dottorato a Cambridge, e ha da poco una bella relazione d’amore con Jane (Felicity Jones), appassionata di poesia spagnola medievale, quando scopre la propria malattia. Questo è lo snodo iniziale e cruciale, quello attorno al quale si costruisce l’intera narrazione. È un racconto intimo e umano di difficoltà, perseveranza e trionfo. È l’esaltazione della grandezza dell’essere umano che non smette mai di lottare, di credere, di vivere.  ...

La recensione completa su Orizzonti di gloria.

lunedì 12 gennaio 2015

Essere social: pagina-autore su Facebook



Piccola segnalazione per la mia pagina autore, aperta da poco su Facebook. Solo per mettere in ordine e appuntare tutto ciò che riguarda la mia produzione creativa, per così dire. La scrittura. Racconti, poesia, romanzi. Piccole note, estratti, recensioni, citazioni.
Chi vuole può accedere alla pagina-autore (and like it) tramite questo link.

mercoledì 7 gennaio 2015

"Sarà a Natale", nuovo racconto pubblicato nell'antologia "Racconti sotto l'albero 2014" (Triskell Edizioni)


Il mio racconto a tema natalizio "Sarà a Natale", è stato pubblicato proprio il 24 dicembre nell'Antologia "Racconti sotto l'albero 2014" edita da Triskell Edizioni.
L'antologia è scaricabile gratuitamente in formato ebook presso il sito ufficiale dell'Editore: Racconti sotto l'albero.
Di seguito, l'incipit del racconto:

Il viaggiatore è un esperto nel pesare i fardelli che porta con sé. Li carica nella sua valigia di documenti e panni sporchi, e non si fa aiutare da nessuno quando li solleva sopra la testa, riponendoli nello scomparto giusto. Il viaggiatore professionista è l‟anima temporanea che affolla le stazioni di passaggio, e può riempire la vita solo con il proprio respiro e profumo, non con il corpo, che non si ferma mai, che mai trova pace. Ludovica viaggiava spesso. Una volta, viaggiava verso Leone. Non la costellazione. La persona. Era determinata a incontrarlo, stringerlo, magari avere il suo cuore, quasi non esistesse altra destinazione. Oggi, Ludovica aveva reindirizzato il proprio desiderio verso se stessa. Aveva imparato che affidare la propria vita a qualcuno porta solo grande confusione, e che la devozione amorosa è un trabocchetto che ferisce solo chi ama di più.
Due soli giorni a Natale, e Ludovica era ancora lontana seicento chilometri da casa. Si era già sorbita il rimprovero di mamma e papà, delle sue sorelle, dei loro cinque figli e di quattro cugini che la aspettavano con impazienza per festeggiare e scartare i regali. Non avrebbe potuto fare scelta peggiore che decidere di ritardare le ferie natalizie per completare il programma di lavoro. Era l‟assistente dell‟assistente del direttore del Balletto nazionale di Stoccarda. Un grande impegno, una responsabilità e insieme un onore, dopo aver ballato nell‟ombra per venticinque anni, essere scelta e non dover abbandonare definitivamente quel mondo. Seppure questo significava vedere il palco solo dalle quinte, e non poterne più percepire il profumo, non indossare più le punte, rinunciare alla fatica e alla soddisfazione del movimento perfetto. Ludovica aveva trentaquattro anni e stava ancora lottando per il proprio avvenire. Nessuno, in famiglia, capiva lo stress cui era sottoposta. Per quanto fossero già trascorsi quattro anni da quando si era trasferita a Stoccarda per afferrare l‟unica possibilità di occupazione capitata in più di quattordici mesi, Ludovica era ancora l‟ultima arrivata, la novizia, la segretaria della segretaria, la moretta senza nome deputata a organizzare la settimana dei danzatori, la comunicazione via social network, e mille altre attività di sicura importanza strategica ma di poca attrattiva. Aveva finalmente ottenuto di tornare a casa e non vedeva l‟ora di arrivare. Sentiva la mancanza della famiglia ma, di più, era stanca di viaggiare. Per risparmiare qualche centinaio di euro, aveva prenotato una serie di treni che l‟avrebbero condotta a Roma in non meno di dodici ore. Valeva la pena per mettere da parte qualche soldino. Era metà pomeriggio, ormai, ma fuori sembrava già notte. Pochi, annoiati passeggeri nella carrozza di seconda classe. La tratta attraversava la Germania fino alla Svizzera, ma i viaggiatori parlavano quasi tutti italiano, con una rara eccezione tedesca, una voce lontana alla spalle di Ludovica, che la ragazza aveva distintamente percepito. I migranti rimpatriavano, e sembravano quasi tutti suoi connazionali. Si respirava già sapore di casa.
Ludovica aveva un bel posto, posizione corridoio, e nessuno accanto o davanti a sé. Accoccolata in una sciarpa di lana ruvida ma tanto calda, sentiva già l‟aria di casa, o meglio la sognava. Era assorta nei suoi pensieri fatti di biscotti appena sfornati e latte caldo, con le immagini di The Family Man che scorrevano in tv. Ludovica estrasse dallo zaino una scatola di cioccolatini e ne assaggiò un paio, uno dietro l‟altro, come se potesse assaporare così anche il ricordo di casa, quell‟abbraccio affettuoso che le era mancato per tanti mesi. È proprio vero che la cioccolata può supplire la carenza d‟amore, pensò la ragazza sentendosi appagata dal sapore di fondente e arancia fusi insieme. Ne mangiò un altro con avida soddisfazione. Dopotutto, quando sei libero di concederti un vizio, se non a Natale?
Si era fatta notte, e le luci che illuminavano la carrozza la facevano apparire ancora più scura. Poi, un fruscio, anzi un sottile bisbiglio aumentò fino a diventare rumore di passi affrettati, di cose e risate infantili. Si aprirono le porte e la carrozza si tinse di rosso e di bianco. Ragazzini che correvano nel corridoio urlando «Buon Natale!» e distribuendo sorrisi e caramelle. Ma più sorrisi, osservò Ludovica tra sé, scoprendo che la caramella lasciatale sul bracciolo da un bambino era al sapore di rabarbaro. Non ne mangiava da quando era ragazzina. Che nostalgia. La corsa dei bambini che ridevano e suonavano i campanellini aveva risvegliato i passeggeri dal sonno in cui si erano calati. Aveva risvegliato anche Ludovica. Una bimba, in tutto simile a un folletto di Babbo Natale, due codine dispettose ai lati della testa, le sorrise e le chiese un cioccolatino della scatola che la ragazza teneva sul tavolino. Impossibile rifiutare. La piccola aveva uno sguardo tenero e ingenuo, eppure sapeva che le bastava guardare con gli occhi grandi per ottenere ciò che voleva. Così fece. Ludovica lasciò che la bimba scegliesse il suo gusto preferito, anche se le parve che la decisione dipendesse più dal colore dell‟incarto. Il rosso faceva più Natale, ed ecco fatto. «Posso prenderne un altro?» chiese la piccola sfacciata. Ludovica annuì, sorridendo per quella irresistibile sfrontatezza. La bambina prese il cioccolatino, ma non lo mangiò, e non lo mise nemmeno in tasca. Si girò, percorse metà del corridoio e raggiunse un passeggero, dalla parte opposta del corridoio. Ludovica poteva scorgere la sua nuca e un piede calzante uno scarpone nero, su jeans blu. La bimba indicò Ludovica. Si portò la mano alla bocca ridendo, quasi maliziosamente se non fosse stata così birichina e così tenera. La nuca si mostrò e quando Ludovica riconobbe il viso dell‟uomo ebbe un sussulto. Leone! Quel manigoldo di un cialtrone sentimentale. Ogni scelta da lei compiuta negli ultimi anni era stata la conseguenza del suo abbandono. Causa ed effetto di essere stata lasciata al principio di realizzare il sogno d‟amore. Leone, che si era dileguato con poche, misere parole, inseguito dalla paura. Il cuore di Ludovica schizzò in orbita, facendole avvampare le orecchie.
Leone mascherò meglio la sorpresa. Dopo aver deciso di porre fine, in modo frettoloso e maldestro, alla loro relazione, si era pentito quando era troppo tardi e, per vergogna, non aveva più osato richiamarla o cercare un qualsiasi contatto. Erano cinque anni che non incrociava più la sua strada o la sua vita, e da allora aveva fatto di tutto per non pensarci. Era sempre stato bravo a camuffare le emozioni, salvo tormentarsi interiormente. Mentre Ludovica sbiancò e poi arrossì in volto nel giro di tre secondi, Leone rimase impassibile, sorpreso ma senza dare evidenza di alcun turbamento. Alzò la mano per salutarla, e lei rispose. Leone sussurrò qualcosa alla bimba, che corse verso Ludovica. Un portavoce consapevole della gravità e della segretezza del messaggio che recava. «Quel signore dice se può sedersi vicino a te,» disse la piccola con una certa eccitazione. Un piccolo cupido convinto di avere stoccato la sua freccia più importante. «Puoi dirgli di sì,» rispose Ludovica, che di certo non voleva deprimere quell‟entusiasmo infantile. La bimba si applaudì da sola e, le codine svolazzanti, tornò da Leone per portargli la conferma. Leone caricò la borsa e il cappotto e, scortato dal suo folletto personale, giunse da Ludovica, sedendosi proprio davanti a lei. «Grazie, piccola,» disse, e la bambina si illuminò tutta. «Buon Natale!» esclamò. Diede un bacio sulla guancia a Ludovica, che rimase sorpresa. «Babbo Natale ti porterà un bel regalo,» le mormorò allora, facendole l‟occhiolino. «Eh, sì,» rispose la bambina. «Sono stata brava.» Rubò poi un altro cioccolatino dalla scatola, fiera di meritarsi quel premio, e scappò via.
Leone e Ludovica avevano condiviso molta intimità, tempo, confidenze e passione, eppure ora si guardavano negli occhi, incerti di proferire parola, imbarazzati di essere lì insieme, dopo tanti anni, separati da un tavolo e da un groviglio di rabbia e lacrime mai elaborate. ...